René Magritte e il Taiji Quan

René Magritte e il Taiji Quan

René Magritte e il Taiji Quan 150 150 Università Popolare Wang Academy

Eppure è così. Anche a me è sembrato impossibile che un artista che disegna un gatto dentro una bombetta sospesa a mezz’aria sopra un tavolo potesse essere in qualche modo legato quella pratica che ci porta così lontano nella ricerca. Eppure, ripeto, è così.

Leggendo alcuni scritti del famoso pittore mi sono imbattuto in certi suoi pensieri su ciò che lui chiama “male filosofico”. 

 

Parla di male filosofico Magritte e allude a quella parte di filosofia che ritiene che l’indagine filosofica debba avvenire per forza di cose attraverso la parola. Egli – e non è certo stato il primo – ha notato invece quanto il “parlare” o ancora meglio “scrivere” di qualcosa che ci porta ad una condizione di avvicinamento all’oggetto della discussione ma esso rimanga sempre nascosto dietro un orizzonte invalicabile.

In antagonismo a questa idea Magritte parla invece di una distinzione, quella cioè che sussiste tra il pensiero che mostra e il pensiero che dice. Egli ha considerato la sua pittura, o meglio, l’esercizio dell’arte in generale, come un pensiero che mostra. Un pensiero cioè che non ha bisogno del verbo per rendersi percettibile. Un pensiero che non ha bisogno di essere raccontato ma si realizza nel momento stesso in cui è pensato.

Così avviene nel Taiji Quan, in particolar modo nello stile dell’acqua del Maestro Wang Zhi Xiang. Il risultato, ciò che si vede del Taiji, non è altro che la concretizzazione fisica di un pensiero che si esplicita nel momento stesso in cui il praticante lo pensa senza che questo passi attraverso la volontà. Esso esiste e quindi emerge, ed emerge decisamente al di là del corpo. A tutti coloro che praticano il Taiji Quan dell’acqua è chiaro quanto il corpo sia soltanto il tramite tra invisibile e visibile.

Il Taiji Quan è sì marziale, ma è soprattutto un’arte.

È interessante scoprire come l’arte ci conduca verso una percezione della realtà lontana dalle distinzioni (il Maestro Wang le chiama “discriminazioni”). Quando parliamo di qualcosa lo descriviamo, ne stiamo anche contemporaneamente prendendo le distanze, stiamo creando una barriera tra la nostra esperienza e l’oggetto. Questo perché quanto detto non può in alcun modo essere l’oggetto di ciò che diciamo. Provo a fare un esempio sperando di rendere più chiaro il centro del discorso: è capitato a tutti noi che ad un certo punto ci venisse detto “devi rilassarti”. Beh, sappiamo tutti per esperienza che quel consiglio, quelle parole non aiutino affatto ad avvicinarci al rilassamento quale condizione interiore. Parlare di rilassamento non conduce verso il rilassamento. Fare rilassamento invece sì. Di questo parla Magritte, di un pensiero facente.

Egli ha definito la pittura quale arte della somiglianza definendo la somiglianza come un qualcosa che si palesa attraverso i punti in comune a differenza della similitudine che si definisce attraverso le differenze – discriminando appunto -. La pratica dello stile dell’acqua ci insegna che non c’è una vera distinzione tra sopra e sotto, tra avanti e dietro; essi sono dei concetti frutto di una distinzione che ha il solo compito di comprendere meglio l’unità.

Bisogna però fare attenzione. Abbiamo parlato della differenza che c’è tra un pensiero che parla e un pensiero che fa, che si mostra; tuttavia essi non sono da intendere come due concetti distinti, essi non sono da immaginare attraverso le loro differenze, non bisogna discriminare! Esse sono due modalità di pensiero che fanno parte di un unico che si può palesare in un modo o nell’altro. Potremmo solo dire che il pensiero che dice, quello della parola è arrivato dopo nell’esistenza umana e quindi potremmo definire il pensiero facente come un pensiero primordiale, originale che ci conduce verso un’esperienza più naturale, non mediata dalla soggettività della parola che agisce con obiettivo descrittivo.

Questo è ciò che fa l’arte sia essa marziale, figurativa o performativa.